Una querelle sostanziale
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- Categoria: Editoriali
- Creato Giovedì, 15 Settembre 2005 10:05
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<< Gentili Signori,
leggo con un certo sconforto la lettera di tal Sergio Ricci sul numero 32 di Film TV. A proposito della Guerra dei Mondi di Spielberg, il signor Ricci scrive di essere "uscito incavolato nel vedere tanto lavoro e tanto talento sprecato per una storia buona per i fumetti". Più avanti si chiede come mai Ridley Scott e Steven Spielberg "puntino sull'appeal di un fantasmagorico fumettistico infantile anziché su un cinema adulto".
Ebbene: la mia professione, da quasi vent'anni, è scrivere fumetti. E mi sforzo di farlo bene. Non so quale sia il lavoro del signor Ricci. Ma mi chiedo come si sentirebbe se il suo lavoro fosse usato come pietra di paragone per definire un'opera scadente o di infima qualità. Non credo di aver bisogno di scomodare Hugo Pratt o Quino o Goscinny & Uderzo per affermare che ci sono capolavori del fumetto che non hanno niente da invidiare ai capolavori del cinema, e che il fumetto non merita di essere usato come sinonimo di robaccia dozzinale (ammesso e non concesso che il film di Spielberg sia dozzinale, cosa di cui non sono affatto convinto; e tra l'altro, è tratto da un romanzo).
Fa cascare le braccia che nel 2005 ci sia ancora gente che distingue tra media "alti" (il cinema, il teatro, la musica classica) e media "plebei" (il fumetto, la musica rock), e che usa questa distinzione come parametro estetico.>>
Una settimana, dopo, sul numero 36 della rivista trovo la risposta del signor Ricci.
<< (...) vorrei rispondere al risentito signor Medda. Vorrei dapprima rassicurarlo che ho la massima considerazione del fumetto: sono cresciuto sognando sulle tavole di Raymond (Flash Gordon) e di Moore (L’Uomo Mascherato) e da adulto ho collezionato molti numeri di Linus e Il Mago: quindi col termine “fumettistico” non intendevo il brutto, l’ignobile, ma semplicemente un “genere”. Minore? A mio parere sì. Pur capendo la difesa del proprio lavoro, il signor Medda mi sembra faccia finta di non capire la semplicità della questione. Se io dico che un quadro ha il difetto di essere “solo” dimostrativo, offendo chi dipinge manifesti? E’ una questione oggettiva, di scala di valori. C’è chi dipinge bellissimi manifesti, ma ci sono pure il Veronese, Caravaggio... Ma il signor Medda rifiuta questa scala e sbuffa (...) Per lui non c’è differenza fra Conrad e Hugo Pratt, fra Sentieri Selvaggi e Tex, fra Montale e Mogol. Che dire? Buon lavoro, signor Medda, ma non si chiuda troppo nelle sue nuvolette. >>
La redazione di Film TV chiosa la lettera in questo modo, mettendo prudentemente le mani avanti per chiudere sul nascere un dibattito tra filofumettisti e antifumettisti:
<< Ci piace pensare che la querelle tra i due lettori in fondo non sia sostanziale. Meglio chiuderla qui, anche perché le battaglie intorno ai luoghi comuni (e il termine “fumettistico” con accezione negativa lo è) sono sterili. >>
A questo punto sono in imbarazzo. Non voglio certo occupare in pianta stabile la rubrica di Film TV per incrociare le lame col signor Ricci, che oltretutto ha l’attenuante dell’età; per le generazioni successive alla sua, sicuramente, il rapporto con i fumetti ha avuto una natura molto diversa e molto più viscerale. Però non mi sembra nemmeno giusto lasciar correre, e quindi continuo qui la discussione.
La mia risposta al signor Ricci – a parte che mi fa sorridere il suo accenno alla “oggettività” di una scala di valori estetici – è che non si tratta di prendere esempi singoli da pesare su piatti opposti della bilancia. Perché allora sarebbe facile replicare. Potremmo chiedere al signore se lui metterebbe sullo stesso piano Giuliano Carnimeo (regista di molte commediacce “di chiappa e spada” con Alvaro Vitali) e Quino, oppure Ed Wood e l’Alex Raymond di Flash Gordon che lui stesso cita. No, non si tratta di questo.
Si tratta semplicemente di ammettere – e, maledizione, ci vuole tanto? – che media diversi hanno uguali possibilità: possono percorrere la scala che va dal gradino più basso dell’Intrattenimento al vertice dell’Arte. Il grosso della produzione, in qualsiasi campo e di qualsiasi mezzo espressivo, si situerà in un punto intermedio tra questi due estremi (se tutto va bene). Ma tutti i mezzi espressivi avranno i loro punti bassi e i loro punti alti, i loro artigiani e i loro artisti. Nessuno di loro sarà “geneticamente” superiore o inferiore a un altro. E un artista del cinema non sarà superiore a un artista di fumetto, come un artista di teatro non sarà superiore a un artista della musica.
Il signor Ricci, se non altro, lo dice chiaramente: il fumetto per lui è “genere”, quindi non è di magnanimi lombi. E’ un medium plebeo, “minore”, che non ha speranze di toccare le corde più profonde dell’animo umano, a differenza di media “nobili” come il cinema (che era considerato, al suo nascere, inferiore al teatro, medium “nobile”; non farebbe male, il signor Ricci, a studiare un po’ di storia del suo medium preferito. Poi gli si potrebbe ricordare anche che nel teatro la commedia era reputata inferiore alla “nobile” tragedia).
Queste non sono “battaglie sterili” intorno a “luoghi comuni”. Al contrario di quello che scrive il prudente redattore di Film TV, la querelle è sostanziale.
Perché prendersela, mi direte. Non si può combattere il pregiudizio. Io credo di sì, invece. Finché ci saranno dei signori Ricci – e io trovo incredibile che ce ne siano ancora, e così tanti – il fumetto sarà sempre guardato dall’alto in basso; sarà sempre una piccola fiammiferaia stracciona imbucata al ballo delle debuttanti, un intruso nel salotto buono dell’Arte e della Cultura.
Ci importa? Se non ci importa, allora tutto bene. Se invece ci importa, il mio invito è: ogni volta che leggiamo cose del genere, PROTESTIAMO. SEMPRE. TUTTI. Facciano sentire la loro voce i lettori, gli autori. E anche e soprattutto gli editori.
Non facciamo passare sotto silenzio queste cose. “Fumettistico = stupido” è un luogo comune? Ebbene, polverizziamolo, questo luogo comune. Quando leggiamo castronerie del genere su un giornale, mandiamo una lettera e cantiamogliele chiare, a chi ha scritto e a chi ha pubblicato. (Senza trascendere, sia chiaro. Le buone maniere le conosciamo anche noi plebei, giusto?). Chi scrive sciocchezze si prenda la responsabilità di ciò che scrive; chi le stampa si prenda la responsabilità di ciò che stampa e, quando è il caso, la necessaria ramanzina. Se si ha un buco da riempire in una pagina del giornale, non è obbligatorio stampare qualsiasi idiozia.
Spero sia chiaro: non sono a caccia di medaglie al merito per la categoria. Non si tratta di rivendicare qualche riga su un libro di testo per le scuole, o di pretendere per gli autori un busto marmoreo in un museo. Non è una questione di banali riconoscimenti accademici (che peraltro in qualche modo stanno arrivando). E’ qualcosa di più.
Dobbiamo rivendicare ciò che i fumetti – tutti i fumetti, anche quelli più corrivi - esprimono.
Perché è qualcosa che è nostro, che tocca una parte – a volte la parte più profonda - di noi stessi. E anche dei vari signori Ricci, anche se loro non lo sanno. Qualcosa che è perfino difficile da confessare, a volte; come certi afosi pomeriggi estivi di quando eravamo ragazzini, e ci pareva di sentire, “tra le mille voci che il vento porta dalle cime aspre e bruciate dei monti Navajos”, una voce “appassionatamente dolce e infinitamente triste”;
o come il groppo in gola che abbiamo provato quando avremmo voluto dire al nostro primo amore: “Proprio perché non assomigli a nessuna avrei voluto incontrarti sempre... in qualsiasi posto...”.
Non saprei come definire esattamente queste cose. O forse sì, e non serve mica Montale.
"Tu chiamale, se vuoi, emozioni".











