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Gesù Cristo, Superstar

Gesù, tu non t’immagini il clamore che hai destato,
sei tu l’uomo dell’anno, sei tu il più chiacchierato...


Erode in Jesus Christ Superstar, di A.L. Webber & T. Rice

Caviezel-Gesù in The PassionÈ inevitabile che un film preceduto da un’ondata di polemiche (spontanee o create ad arte) generi in molti una sensazione di rigetto. Sarà forse per questo che molti critici hanno accolto La Passione di Cristo con sospetto o addirittura con fastidio. Alcuni hanno scrollato le spalle con aria di superiorità, liquidando il film come robetta di scarso valore, fenomeno pompato dalla pubblicità come un qualsiasi blockbuster tratto dal videogioco del momento. Ma non sarebbe meglio cercare di ragionare sul film, prima di scrollare le spalle?


Non sarà che Mel Gibson sconta il fatto di non essere un intellettuale? Qual è il problema, bisogna avere un imprimatur culturale per parlare del Vangelo? Non è un capolavoro, La Passione di Cristo. Ma quale film su Gesù lo è? Qual è il film che possa quadrare il cerchio, presentare una versione dei Vangeli che accontenti tutti - cristiani e laici - e che sia nel contempo un grande film, avvincente, appassionante, ben recitato?

Registi di vaglia si sono cimentati con i Vangeli. Da George Stevens a Nicholas Ray, da Rossellini a Martin Scorsese, da Pier Paolo Pasolini a Franco Zeffirelli.
Tutti, chi più chi meno, hanno affrontato la vicenda da un'angolazione personale, cercando di trovare un guizzo, un filtro, qualcosa che giustificasse l'ennesimo racconto di una storia nota a tutta l'umanità dalla prima all'ultima virgola.
Nessuno di questi registi ha ottenuto risultati propriamente esaltanti (per gli spettatori. I critici sono un'altra razza, ed evidentemente soffrono di insonnia.)

 

Gibson ha il merito di affrontare il racconto con l'impudenza di un "cinematografaro" puro, uno che il cinema lo ha fatto tutto, prima da attore che da regista. Prima di sfondare a Hollywood, Gibson ha cominciato con un B-movie di fantascienza (Interceptor, con due seguiti), interpretando poco dopo uno straziante, bellissimo film di Peter Weir su due amici in guerra (Gallipoli- Gli anni spezzati); poi è stato anche ritardato mentale in preda a pene d'amore (Tim), soldato di reparto speciale (Attack Force Z). Dopo il grande successo è anche entrato nel filone shakespeariano (è stato Amleto per Zeffirelli), ha fatto un drammone "liberal" (Il fiume dell'ira, di Mark Rydell), e si è cimentato nella commedia, dimostrando una versatilità con pochi uguali nello star-system.

Poi è passato alla regia, e già al suo primo film le sue ossessioni hanno fatto capolino. Ne L'uomo senza volto Gibson è un ex insegnante con la faccia orrendamente sfregiata. Ripensando oggi a Braveheart, il suo secondo film, non si capisce se Gibson fosse più attratto dal taglio epico del racconto (la lotta del condottiero scozzese William Wallace contro gli inglesi), o dall'idea di interpretare la scena dell'eroica morte sotto tortura.

Quali siano le ossessioni di Gibson, può saperlo con esattezza solo il suo psicanalista. Da quale groviglio di tensioni (alcool, successo, religione, conflitto col padre) nascano i suoi film possiamo solo intuirlo. Ammesso che ci interessi. Ma deve proprio interessarci? L’attore-regista ha rischiato di tasca sua per fare un film in cui credeva, e il botteghino lo ha premiato alla grande. Molti non glielo hanno perdonato.

Perché se Francis Ford Coppola si espone finanziariamente per fare un film in cui crede, è un eroe.
Se lo fa Mel Gibson è uno stronzo. E ha i sensi di colpa per essere troppo bello e troppo ricco. E per di più è anche un integralista. E antisemita. (Ma anche anti-islamico, perché è cattolico).

Salvo poi vedere il film con i propri occhi e capire che accusare The Passion di essere "anti-ebreo" sarebbe come accusare Alan J. Pakula di essere antitedesco per avere diretto La scelta di Sophie (tanto per non scomodare sua Maestà Steven Spielberg).

Di integralismo, poi, La Passione non reca traccia, dal momento che è un film, se mai, “religioso”, ma non "di religione". Perché di religione organizzata - nel senso di Chiesa - non si parla minimamente.

E non basta: a Gibson non si perdona nemmeno lo sfruttamento gadgettistico del film. Si fa notare che il sito sharethepassion.com pubblicizza ciondoli, libri e quant'altro. Che vergogna, gli rimproverano, mischiare così sacro e profano.

Da che pulpito viene la predica... Dai laici che comprano i pupazzetti di Guerre Stellari e salvano sui loro desktop le immagini della popputa Angelina Jolie/Lara Croft (questo è l'unico licensing accettabile, per loro). Oppure da quegli stessi cattolici che vanno a Lourdes e tornano con i souvenir. (Certo: se la commercializzazione del sacro viene dalla Chiesa allora è tutto a posto... è solo una questione di copyright, no?).

E quando si alza il polverone mediatico, poi, è molto difficile trovare considerazioni sensate sulle qualità cinematografiche del lavoro di Gibson. Anzi, chi parla del film spesso finisce per straparlare. O stra-scrivere.

Prendiamo L’Espresso n. 9, 4 marzo 2004. In copertina il volto di Caviezel/Gesù sulla croce. Titolo: “Gesù, che passione”.
All’interno, un’intervista a Michael Lerner, definito “una delle voci più ascoltate e controverse dell’ebraismo americano”. Per Lerner “Gibson ha marginalizzato il messaggio ottimista e di amore di Gesù.” E fin qui è un’opinione come un’altra, ma poi Lerner aggiunge che Gibson ha fatto “il film perfetto per George Bush.” L’Espresso deve essere d’accordo, perché il titolo del box con l’intervista a Lerner è “Sul Golgota ci mancano solo i marines”. Peccato, con un piccolo sforzo in più ci si poteva infilare anche la CIA, Bill Gates, e, perché no, se non Berlusconi, almeno Cesare Previti.

Secondo Marvin Hier, presidente del Simon Wiesenthal Center di Los Angeles, Gibson “ha scelto di rappresentare gli ebrei con tratti fisici caricaturali e sguardi sinistri”. Domanda: a chi si riferisce Hier, dal momento che tutti i protagonisti non romani della storia – compreso Gesù, Pietro, Maria, i ladroni – sono ovviamente ebrei? E, se Hier si riferisce ai personaggi dei sacerdoti Hanna e Caifa, come si può dire che i bravi Toni Bertorelli e Mattia Sbragia abbiano “tratti caricaturali”?

Ma il meglio l’Espresso lo dà nel proporre ai lettori italiani la recensione di David Ansen, il critico cinematografico di Newsweek. “Piacerebbe tanto a De Sade” è il titolo del pezzo di Ansen, che scrive del film: “agli occhi di un pubblico laico suscita incubi più che devozione”. Domanda: perché mai un film dovrebbe suscitare devozione in un pubblico laico? Ma soprattutto, se si guarda alla vicenda con occhio laico – e quindi indifferente al messaggio religioso – la vicenda di Gesù non dovrebbe suscitare incubi. Tutt’al più il rimpianto che all’epoca non esistesse Amnesty International.

Parlando di Braveheart, seconda regia di Gibson, Ansen ricorda che Wallace (il protagonista interpretato da Gibson stesso) finisce “impalato su una croce”. Il richiamo all’ossessione di Gibson per gli eroi sfortunati è corretto, ma Ansen non ricorda bene: l’eroe scozzese muore dopo una serie di torture, è vero, ma non impalato, bensì decapitato.

Come se non bastassero le imprecisioni di Ansen, anche il traduttore italiano ci mette del suo.
La scala di Giacobbe, titolo horror richiamato da Ansen, in italiano non esiste, e lo spettatore incuriosito lo cercherebbe invano sul Mereghetti o sul Morandini. Il titolo italiano del film di Adrian Lyne Jacob’s Ladder è Allucinazione perversa.

Ma questa è una pignoleria. Più grave è lo strafalcione a proposito della Passione, quando leggiamo che “quello che ci rimane impresso è l’immagine della folla che strappa gli occhi al ladro crocifisso accanto a Gesù.” A parte che si tratta di un dettaglio (e non è certo quello che rimane impresso del film), Ansen aveva giustamente scritto che è un corvo ad accecare il ladrone, ma il traduttore trasforma il corvo (crow) in un una folla (crowd)!

Non solo: la scena della Resurrezione, leggiamo, sarebbe “girata a lenti scatti in successione”. A parte che Ansen trova la cosa fascinating (“affascinante”, e non “stupefacente”), quello che Ansen scrive è che la scena è rendered in obliquely crisp cinematic shorthand. Non è proprio chiarissimo, ma forse possiamo dire (avendo visto il film) che la scena è “resa con una sintesi squisitamente visiva, che suggerisce più che mostrare”. E in questo consisterebbe la sua “anomalia” rispetto al resto del film, quanto mai esplicito. I “lenti scatti”, ossimoro a parte, non ci sono proprio.

Finché è l’ufficio stampa di Gibson a cercare di alimentare echi nei media, possiamo capirlo. The Passion è stato anche un investimento rischioso, e i soldi spesi andavano recuperati. Ma che i media cavalchino in pieno l’onda della polemica, sollecitando pareri affrettati a persone che non hanno nemmeno visto il film e scrivendo qualsiasi cosa pur di riempire pagine, non rende un buon servizio a nessuno: né al cinema né all’informazione in generale. E poi qualcuno si lamenta che la stampa è in crisi, e i giornali non godono di nessun credito...

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